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La danza degli sciacalli a L'Aquila

category laquila | terremoto | altri media author martedì 30 giugno, 2009 14:07author scritto da cyberlettrice

Riportato da un blog

Me ne sono accorto subito, appena sono arrivato al campo alla periferia dell’Aquila che ospita alcuni volontari della protezione civile ed alcune famiglie.

Mi sono immediatamente reso conto che anche in questa tragedia, gli sciacalli dell’informazione sono arrivati prima degli altri, e ora buona parte dell’informazione si sta livellando ai loro latrati.

Ho passato i 2 giorni dopo il terremoto in uno stato di semi-incoscienza, incapace di staccare gli occhi dagli aggiornamenti in tempo reale dei siti internet, dalle immagini dei telegiornali, dai continui bollettini. Coltivando un malessere indescrivibile, che non tutti possono capire davvero.

Quando sono arrivato al campo, mi sono reso conto subito che una buona parte di quel malessere non era dovuto alla tragicità degli eventi o alla sofferenza della popolazione, ma agli sciacalli dell’informazione.

Lavorando all’Aquila insieme alla protezione civile ho fatto davvero fatica a distinguere gli Aquilani dagli altri volontari venuti a prestare loro soccorso e assistenza. Non ho visto nessuno lamentarsi, disperarsi, cedere alla paura del futuro o alla pena per il presente. Di giorno, le tendopoli brulicavano di soccorritori al lavoro, ma anziani e qualche bambino a parte, erano poche le tracce degli ospiti. Erano tutti affaccendati, impegnati, con le maniche rimboccate. Anche i ragazzi più giovani, le donne. Tutti.

L’unico Aquilano (una donna) in lacrime, l’ho vista in un telegiornale. L’intervistata era nel campo di piazza d’Armi. Il più grande e per questo l’unico battuto dai media tra gli oltre sessanta campi allestiti tra il capoluogo ed i piccoli centri che lo circondano. Il giornalista, il secondo o terzo giorno dopo il sisma, tempesta la donna di domande sulla sua condizione. In un campo ancora in via di urbanizzazione, la donna, sopravvissuta ad un sisma ed accampata in tenda, risponde ostentando un sorriso pieno di dignità e fierezza, fino a quando il giornalista-sciacallo chiede “vi siete potuti lavare?”. Lo sciacallo riesce nel suo intento, la donna crolla, primo piano stretto sulle lacrime, qualche minuto di sofferenza vera girato in tempo per la successiva edizione del tg.

Io lo sapevo quanto di falso ci fosse in certe riprese, certi montaggi, certe foto. Ma vederlo di persona ti fa salire il sangue al cervello, di fa venire voglia di prendere a calci macchina da presa, operatore giornalista e tutto quanto il resto del fottutissimo circo che si portano dietro.

Come quando ne vedi uno con una macchina fotografica gigante che sistema un triciclo su un cumulo di macerie, lo impolvera, e lo fotografa. O quando lo stesso chiede ad un bambino di sedercisi per un attimo, con le tende sullo sfondo. Poco importa se la foto ritrae un finto dolore e della finta sofferenza, e se subito dopo lo scatto il bambino torna di corsa nella “tenda giochi” allestita dai volontari.

La “tenda giochi”. In questi paesini di montagna i bimbi non sono molti, e tanti le mamme ed i papà li hanno portati negli alberghi sulla costa abruzzese. Le tende piene di giocattoli allestite per loro, non sono quasi mai affollate di bambini. Lo sono sempre di giornalisti ed operatori. Che fanno la fila per una ripresa, una foto, qualche domanda. Per raccogliere un po’ di immagini che inteneriscano il cuore ed alzino lo share, senza fregarsene di chi o cosa c’è dietro a certe immagini.

E quando non fanno la fila per sfruttare i bimbi si accalcano intorno alle persone che aspettano gli autobus che portano gli sfollati verso la costa, nella speranza che chi parte sia il più disperato, il più debole, e che possa condividere con loro, il pubblico e gli sponsors disperazione e debolezza.

Ora leggo un pezzo dell’ennesimo giornalista – sciacallo sul solito grande quotidiano. Parla di cessi chimici che non funzionano. Di file per i pasti. Di noia.

Sicuramente nel campo più grande dell’Aquila, ci sono anche queste cose. Ma sono marginali rispetto alla realtà di un popolazione fiera che sta insegnando al mondo cosa significa soffrire con dignità, non arrendersi, rialzare la testa e pensare al domani. Sono marginali, collaterali, minoritarie.

Come lo sono le lamentele e le lacrime, che di persona non ho mai potuto vedere. Ma delle quali ho letto resoconti particolareggiati e romanzati sui giornali.

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