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l'aquila città agibile, non abitabile

category laquila | terremoto | notizie author venerdì 15 maggio, 2009 12:26author scritto da TenderBranson - FusoRedazioneauthor email redazione at fusoradio dot net

il racconto della quotidianità post-terremoto in un'intervista realizzata per Fusoradio

Ho intervistato per conto di Fusoradio, una web radio libera, un cittadino de L'Aquila, che attualmente si trova ad Alba Adriatica. Mi ha raccontato la nuova quotidianità e tutti i dubbi e le incertezze a cui la politica non sta dando alcuna risposta.

L’AQUILA? AGIBILE, MA NON ABITABILE.

 

Fulvio Giuliani è un caro amico. Abitava a L’Aquila, fino al 6 aprile scorso. Ora è ad Alba Adriatica, sulla costa teramana, come tanti altri che in seguito al terremoto di quel lunedì hanno scelto di allontanarsi da casa.

Lo chiamo per chiedergli di raccontarmi la quotidianità della sua nuova condizione. E mi accorgo che non c’è nulla di televisivo, di patinato, di esasperato in lui. Non c’è nessun tipo di richiesta di aiuto o di assistenzialismo statale. Fermezza, piuttosto.

Fulvio è una voce di quelle che in queste occasioni si sentono poco. Difficilmente una delle sue affermazioni farà notizia, di per sé.

Quello che segue è infatti la fredda cronaca delle difficoltà quotidiane, in nulla diversa da quella che potrei fare io se mi chiedessero del traffico nell’ora di punta.

 

Quelli sullo sfondo. Esordisce dicendo che per fortuna la sua famiglia e i suoi amici ci hanno rimesso “solo la casa”. Che stanno tutti bene, che hanno ricominciato a lavorare quasi tutti, “chi a ritmi più serrati, chi a ritmi più ridotti”.

Che Alba Adriatica è “comodo perché vicino ad un casello dell’autostrada e quindi nella zona più facilmente raggiungibile da L’Aquila”.

Mi ricordo di diversi servizi andati in onda in tv. Saltano alla mente in un istante, uno zoom nei ricordi: quegli uomini e quelle donne sullo sfondo. C’erano sempre. Donne e uomini, giovani e anziani. Non vigili del fuoco né volontari. Semplici cittadini, cittadini che poche ore (poi giorni) prima si erano svegliati per colpa della terra che tremava. Stavano lì, spalle alle telecamere, sempre indaffarati. Chi aiutava a scavare per cercare sopravvissuti, chi senza chiedere nulla recuperava il possibile dalla propria casa – fosse anche solo la foto di famiglia. E poi un video, visto su youtube: una telecamera che di notte si aggira per strade intasate di macerie, tra persone che urlano nomi, e una voce fuori campo che insulta la persona che sta riprendendo la scena.

Fulvio è uno di quelli sullo sfondo, anche quando lo intervisto.

 

Le case agibili ma non abitabili. Sulla costa ci sono “tra venti e venticinquemila persone, ma i numeri sono molto confusi”, le tendopoli sono “tra 160 e 170, sparse tra i paesi”, ma molte persone “sono molto attaccate al territorio, vivono nelle tende vicino casa per usare parte dell’immobile, prendere abiti, usare il bagno...”.

Gli chiediamo delle verifiche. “Sono state fatte quasi subito”, ma “le case peggiorano di giorno in giorno” (lo sciame sismico non si è tuttora interrotto). Fulvio ha subito danni “molto limitati” alla sua casa de L’Aquila, molto più seri invece per quanto riguarda quella in montagna.

Ma come si svolge la procedura di verifica dei danni? “La verifica tende a stabilire l’agibilità della casa, è prevista una graduatoria” (va dall’agibilità alla demolizione e al crollo totale); e tuttavia “la casa è agibile, però non è abitabile: da tutte le parti manca il gas, in molte zone manca l’elettricità e in altre anche l’acqua corrente”. Insomma, “se tu entri in un immobile e poi devi andare a prendere l’acqua in una tendopoli, va da sé che diventa molto complicato”.

E ancora, a proposito dell'intervento della Protezione Civile e della macchina dei soccorsi: “sono arrivati subito, in tanti, però data la vastità delle zone e la quantità dei danni c’è voluto qualche giorno anche a loro per organizzarsi; (...) è una condizione che va migliorando”.

Ma a chi pensasse che questo possa far ben sperare, suggerisce che “non è come sembra, non è un problema che verrà risolto in 4-5 mesi, ma nemmeno in un anno”.

 

Lo sciacallaggio. Che fine hanno fatto gli annunci di arresti per sciacallaggio? Le minacce di pene severe? Il “rischio concreto” che spingeva a pattugliare la città, specie di notte?

“La storia dello sciacallaggio è morta quasi subito. Riguardava credo un tentativo di premere sulla sicurezza dei cittadini, che è un argomento della politica, ma non ha trovato riscontro (...). E’ stato piuttosto singolare che a tre o quattro giorni dal sisma sia stato arrestato un cittadino rumeno in possesso di una somma di denaro. Immediatamente è stato allestito un processo per direttissima, e a questo si è collegata una trasmissione televisiva. Man mano che venivano accertati i fatti, si è capito che non solo quei soldi erano suoi, ma li aveva recuperati dalla casa in cui lavorava”.

Nella realtà delle cose, “dopo i primi giorni è stata transennata totalmente la zona centrale de L’Aquila, ma anche dei paesi più grandi. Sono state presidiate le attività commerciali con più valore: oreficerie, gioiellerie, banche...”: “l’idea non ha nessun fondamento”

Chi è lo sciacallo?

 

Non esattamente un campeggio. “Le tende sono da dieci posti, sono per lo più concentrate in grandi posteggi o in luoghi all’aperto (...). Noi ci abbiamo provato i primi giorni, ma era tutto piuttosto disorganizzato. Solo col passare dei giorni la Protezione Civile ha preso le misure (...), ma noi siamo con due ragazzi grandi e in buona salute, abbiamo pensato di cavarcela da soli”.

Perché rimanere nelle tendopoli? “Le persone che hanno scelto le tendopoli lo hanno fatto per l’attaccamento, anche se le condizioni sono poco descrivibili. Di giorno fa molto caldo, di notte fa freddo, i bagni non sempre sono sufficienti”.

Al mare invece “sono stati molto ospitali, hanno messo a disposizione di chi andava le proprie strutture e solo successivamente si è provveduto a fare censimenti e regolarizzare la situazione”. 

 

Silenzio istituzionale... Passiamo alla descrizione della risposta istituzionale: “credo che non sia successo mai che i centri decisionali siano stati colpiti per primi [da un sisma]: siamo senza Municipio, Prefettura, Rettorato (...). Col tempo ci si è organizzati col passaparola, con la solidarietà. Credo che l’effetto che si abbia dall’esterno è che tutto sia stato affrontato in maniera tempestiva, tutte le misure già prese e le soluzioni individuate, mentre la nostra realtà è molto diversa: viviamo nella precarietà, non si riesce a programmare per più di una settimana”.

E la “vacanza” sulla costa? “Sappiamo che dovremo lasciare le sistemazioni entro la fine del mese, ci stiamo adoperando per trovarne altre, chiaramente a pagamento da luogo di vacanza, a prezzi per lo più inarrivabili”.

 

...e promesse a metà. “Si parla di interventi di indennizzo a favore esclusivamente dei residenti (...), ma molti hanno conservato (e questo è tipico di una città come L’Aquila) la residenza nei comuni in cui erano nati, per un motivo affettivo, il che comporta un’impossibilità burocratica di ottenerli”. Quello che colpisce è “la situazione di disparità rispetto ai terremoti che colpirono l’Irpinia e il Friuli” - in cui i risarcimenti furono integrali e non in base a cifre prestabilite (ad oggi si sente parlare di 150mila euro).

 

La Vecchia Città, la New Town. “L’Aquila è una delle 22 città d’arte d’Italia, in centro ci sono immobili privati sottoposti a vincolo del Ministero dei Beni Culturali, per cui devono essere conservati e sistemati secondo criteri, e nessuno si può far carico di queste situazioni”. Di fronte a questo, mi (e gli) chiedo se ci sia delusione o addirittura dissenso e voglia di difendere la città: “le direzioni che sta prendendo questo intervento non soddisfano nessuno, non c’è un movimento d’opinione, ma dissenso diffuso: ci sono dei monumenti e dei valori che sentivamo come nostri e che sono di interesse collettivo. Ci preoccupa molto che le autorità locali (provincia, sindaco, protezione civile regionale) siano state totalmente esautorate anche dall’esprimere solo un parere. Siamo consapevoli che il G8 ci darà un po’ di visibilità, ma una volta spenti i riflettori, a luglio, se qualcuno avrà ancora la possibilità di poterci dare un aiuto a rimettere le cose così com’erano ben venga, ma se così non fosse chi è arrivato può tornarsene da dove è venuto”.

Quanto alla ricostruzione: “ce la faremo anche da soli: invece di 5 ci vorranno 15, 20 o 25 anni, ma è comune la convinzione che le cose debbano tornare com’erano. Università, fabbriche, unità produttive. Nel solo centro storico c’erano ottomila esercizi commerciali o professionali che vogliono ricominciare, ma la loro idea è di tornare”.

E conclude: “vorremmo che il coinvolgimento delle istituzioni locali fosse più attivo, che a loro fossero demandate le soluzioni per un problema locale”.     

 

 

Conclusione. Ciò che inevitabilmente colpisce in un’intervista telefonica e radiofonica è la voce. Il tono delle parole, la maggiore o minore fermezza con cui vengono pronunciate. Ci sono volte in cui dalla voce ci sembra di poter ricostruire pure il viso e i solchi che lo attraversano. Altre in cui da sola ci basta a decidere se quella che stiamo ascoltando è la verità oppure no.

Quella di Fulvio è fredda cronaca, talvolta sembra persino distaccato. E’ in quell’apparente distacco che si intravede tutta la differenza tra la morbosità di chi si serve del dolore per ottenere il suo scopo (sia anche soltanto lo share più alto) e la compostezza di chi il dolore lo vive in prima persona. Senza fragore, senza polemiche sterili, senza alimentare né credere ai miracoli, ma semmai esigendo fatti.

E' quando Fulvio dice che vogliono ricostruire la loro città d'arte – anche se ci dovessero volere 25 anni - e che chi è andato sul posto può tornarsene a casa se non è in grado di aiutare, che viene da pensare che tutte queste telecamere e l'enorme attenzione mediatica servano solo a noi. Gli abruzzesi sono sullo sfondo, di spalle. 

Related Link: http://oscuroscrutare.noblogs.org

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   contributo audio     TenderBranson    ven 15 mag, 2009 12:44 


 

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