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questione sociale

category laquila | diritti e libertà | notizie author lunedì 05 novembre, 2007 11:35author scritto da OSAQ

contributo per un quadro regionale

Al 2007 la “questione sociale” nella regione Abruzzo si caratterizza con redditi bassi, pochi contratti di lavoro stabili e precariato in continuo aumento. Più di un lavoratore su tre non è titolare di un contratto a tempo indeterminato. Gli ultra 60enni dichiarano di percepire un reddito di circa 14mila euro l’anno. Per chi ha meno di 25 anni invece, sembra impossibile sbarcare il lunario: appena 3 mila euro ogni anno.
Nel secondo trimestre del 2007 il tasso di disoccupazione è salito al 7,1%: si tratta della percentuale più elevata nel periodo successivo al terzo trimestre 2005, quando il tasso di disoccupazione era al 7,8%. Il numero degli occupati è sceso in un anno da 496.000 a 493.000; il tasso di occupazione è calato dal 57,5% al 57,2%. I dati emergono dalla rilevazione dell’Istat sulle forze di lavoro. In Abruzzo il numero delle persone in cerca di occupazione è aumentato da 37.000 a 38.000, di cui 24.000 con precedenti esperienze lavorative e 14.000 che non hanno mai lavorato. Tra i maschi, il tasso di disoccupazione è cresciuto in un anno dal 4% al 4,5%, mentre tra le femmine è rimasto stabile all’11,2%. A livello nazionale il tasso di disoccupazione è del 5,7% .
La legge Bossi-Fini sull’immigrazione ha maggiormente contribuito alla diffusione di sfruttamento, lavoro nero e nuovi fenomeni di vera e propria schiavitù. Nel corso dell’anno sono state molteplici le segnalazioni di lavoratori immigrati totalmente scoperti da garanzie e protezione nonché di un vertiginoso aumento di morti sul lavoro. In generale, gli incidenti sul lavoro in Italia negli ultimi anni hanno fatto più morti della guerra in Irak: dall’aprile 2003 all’aprile 2007 i militari della coalizione che hanno perso la vita sono stati 3.520, mentre, dal 2003 al 2006, in Italia i morti sul lavoro sono stati ben 5.252. L’Abruzzo si colloca al quinto posto di questa triste classifica: nel solo 2005 si sono registrate 31 vittime .
La percentuale di famiglie povere è arrivata a toccare quasi il 12%. Nel giro di un solo anno, dal 2006 al 2007, le persone costrette a chiedere aiuto al Banco Alimentare sono aumentate, passando da 30.650 a 33.370 . Indice di questo impoverimento, che va allargandosi sempre di più anche tra il cosiddetto ceto medio, è la proposta di erogare borse di studio regionali al sostegno di nuclei familiari in situazione di svantaggio economico per l’istruzione dei figli. Sussidi indispensabili per coprire spese basilari per iscrizione, frequenza, acquisto di materiali scolastici e attrezzature personali richieste dalla scuola, trasporto e uso della mensa. Di conseguenza aumenta il numero delle famiglie colpite da forte indebitamento .
Un altro allarme si registra riguardo la questione abitativa . La regione mette a disposizione 2 milioni di euro come contributo per la prima casa: a fronte di 3.214 domande se ne accontentano solo 150. Ad essere colpiti da questa situazione sono soprattutto le fasce sociali a basso reddito (anziani, persone sole, immigrati, giovani famiglie, studenti, giovani con lavori precari, famiglie monoreddito) che non riescono a pagare gli affitti che, in alcuni casi, sono pari o addirittura superiori al loro reddito. Canoni in continua crescita, carenza di abitazioni a prezzi sopportabili, aumenti dei costi relativi all’uso del bene casa colpiscono ormai anche lavoratori e pensionati a reddito medio. Per l’Azienda regionale dell’edilizia territoriale (ARET) sarebbero circa 150.000 in Abruzzo le famiglie in affitto “ostaggio dei prezzi del libero mercato” delle case. Secondo il presidente dell’Azienda “è doveroso affrontare di nuovo la questione dell’emergenza abitativa, per cercare di fornire ai cittadini risposte percorribili”. Si tratta di famiglie che denunciano carenze di reddito e difficoltà salariali che – continua – “presto ingrosseranno le fila dei morosi e, successivamente, quelle dei senzatetto nelle graduatorie Ater o quelle per le case parcheggio. Non ci troviamo di fronte a vittime di una calamità ma alla privazione di un diritto fondamentale dell’individuo: il diritto all’abitare”.
Tutto questo accompagnato da un aumento vertiginoso delle tasse locali. Sommando solo le imposte comunali e quelle regionali la situazione è davvero pesante: nei quattro comuni capoluogo si va complessivamente tra i 700 e gli 850 euro annui di sole tasse, quasi uno stipendio (per chi ce l’ha). E a ciò bisogna aggiungere un altro paio di stipendi per pagare il costo di alcuni servizi primari, come gli asili nido: le rette annuali, tra i comuni capoluogo, oscillano tra i 1.500 e i 3.000 euro.
Sulla versante della sanità la situazione è a dir poco catastrofica. Solo fino al 2005 la sanità pubblica abruzzese aveva accumulato debiti per 682 milioni di euro, di cui, più di 100 (200 miliardi delle vecchie lire), entrati nelle casse delle cliniche private: questi sono riusciti a prelevare fiumi di denaro dalle casse della regione presentando una semplice autocertificazione. Una vera e propria truffa – così definita – ai danni dei cittadini, seguita da tagli, accorpamenti, chiusura di strutture ospedaliere, forti aumenti dei costi delle prestazioni basilari ed altro. Il diritto universale alla salute, da merce, sta diventando ora vero e proprio privilegio per pochi.
In questo scenario si colloca il quadro che emerge dall’indagine realizzata dal Centro Studi sociali sull’Infanzia e l’Adolescenza di Scerne di Pineto riguardo all’immigrazione. Il 5% dei bambini che oggi vivono in Abruzzo sono immigrati. La percentuale è più che doppia per quanto riguarda le nascite. Nel 2006 infatti l’11,2% dei bambini nati in Abruzzo era di origine straniera, bambini nati in terra abruzzese che rappresentano già una nuova fetta dei bambini immigrati di seconda generazione. Nell’anno scolastico 2007/2008 gli alunni stranieri nelle scuole italiane hanno raggiunto quota 501.494 (il 5,6% del totale). In Abruzzo l’incidenza degli alunni con cittadinanza non italiana sul totale degli alunni abruzzesi per ogni ordine scolastico è di circa il 4%, oltre il triplo della media delle regioni del sud, ferma allo 0,2%. Il tasso di crescita della popolazione minorile immigrata in Abruzzo è di circa il 20% ogni anno, uno fra i più alti in Italia . Ma esistono anche i minori stranieri che entrano in Abruzzo privi di famiglia: nel 2006 sono stati 78 i casi di minori stranieri non accompagnati registrati sul territorio regionale e segnalati al Comitato per i minori stranieri. Una cifra che è sicuramente inferiore al dato reale, in quanto il numero dei minori romeni non accompagnati è pari ad almeno il doppio di quello rilevato, secondo l’esperienza delle associazioni di volontariato. Alto è il numero dei minori stranieri scomparsi sul territorio abruzzese nel 2006, pari a 60 e non rintracciati. Al 1° gennaio 2007 risultano segnalati all’autorità giudiziaria 116 minori stranieri e 137 minori stranieri rom, di cui 101 nella sola provincia di Pescara. Su un totale di 687 minori segnalati all’autorità giudiziaria sono il 36,5% i rom e gli stranieri. Un dato molto significativo, che supera di gran lunga quello della presenza media di minori, nonché un segnale di allarmante disagio. I dati riportati nel 17esimo Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes parlano di circa 60mila immigrati presenti in Abruzzo . L’incidenza dei soggiornanti stranieri sulla popolazione regionale (4%) è largamente al di sopra della media del Mezzogiono, anche se è inferiore a quella italiana. Nel dettaglio il maggior numero di presenze si registra a L’Aquila (19mila unità). Seguono Teramo (17mila unità), Chieti (12.600 unità) e Pescara (10.700 unità). La nazionalità più numerosa è quella albanese, seguita dalle comunità di rumeni, macedoni, marocchini, ucraini, cinesi e polacchi. I minori rappresentano il 18%.

note:
1. Nella stessa ricerca viene segnalato che le forze di lavoro (ovvero la somma degli occupati e delle persone in cerca di occupazione) nella regione sono calate numericamente dalle 533.000 del secondo trimestre 2006 alle 531.000 del secondo trimestre 2007. Sono aumentati, invece, da 768.000 a 775.000 coloro che non sono classificati come forze di lavoro, rispetto a una popolazione di un milione e 305.000 residenti in Abruzzo. Si tratta di 21.000 persone che non cercano lavoro attivamente; di 9.000 che cercano lavoro, ma non sono disponibili a lavorare; di 32.000 che non cercano, ma sarebbero disposti a lavorare; di 266.000 che non cercano e non sono disposti a lavorare; di 175.000 persone sotto i 15 anni di età e di 272.000 sopra i 64 anni che non lavorano.
2. Gli infortuni sul lavoro, anche se segnano una leggera diminuzione negli ultimi anni, nel 2006 hanno toccato la drammatica soglia di 1.300 “morti bianche”. A queste, però, vanno aggiunte quelle dei lavoratori in “nero”. Sono solo alcuni dei dati trattati in uno studio della Gestione Sinistri, società di Belluno diffusa in tutta Italia e specializzata nella gestione dei danni conseguenti a incidenti stradali, infortuni sul lavoro ed errori medici. In 15 anni di attività sono stati oltre 15.000 i casi trattati. Per quanto riguarda gli infortuni sul lavoro pur essendo in diminuizione costante - si legge nello studio - “in un anno si sono registrati quasi 1.300 decessi: 1.274 da maggio del 2006 ad aprile 2007 (ai quali però vanno aggiunti quelli dei lavoratori “in nero”, non conteggiati nelle statistiche Inail) a fronte dei 1206 decessi nel 2005. Gli incidenti mortali in itinere (andando o tornando dal luogo di lavoro) sono stati, nel 2006, 255 (con una diminuizione di circa il 36% rispetto al 2002), il 50% dei quali accaduti tra Veneto, Emilia Romagna e Lombardia. Il 2007 è stato un anno nel quale gli infortuni gravi sul lavoro, soprattutto nel comparto edilizio, hanno avuto una notevole rilevanza mediatica, tanto da far intervenire sul caso anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
3. Il fenomeno colpisce soprattutto le fasce sociali a basso reddito, anziani che percepiscono pensioni di appena 500 euro (e sono più di 7 milioni), persone sole, immigrati, giovani famiglie, studenti, famiglie monoreddito, giovani precari che passano da un lavoro all’altro. La povertà si va progressivamente estendendo e investe anche persone che un tempo godevano di un discreto tenore di vita. Le ultime stime parlano di circa 2.500.000 nuclei familiari a rischio povertà, cioè l’11% delle famiglie totali, 8 milioni di persone. Sommando a questo gli individui già compresi tra gli indigenti il risultato è alquanto pesante: si stimano circa 5.100.000 nuclei familiari, quasi il 23% delle famiglie italiane e più di 15 milioni di individui; di questi quasi 3 milioni sono minori di 18 anni. In particolare, le famiglie monoreddito e quelle con più di due figli hanno probabilità maggiore di impoverirsi. L’indigenza economica colpisce il 17,7% delle famiglie uni-personali del Mezzogiorno (contro il 3,7% di quelle settentrionali) ed addirittura il 39,2% delle famiglie con 5 o più componenti (contro il 10,7% di quelle residenti al Nord). Aumenta la cosiddetta povertà in “giacca e cravatta”, quella che colpisce i ceti medi in difficoltà, in fila alla mense Caritas. Aumenta la schiera dei working poors, quella dei lavoratori che, pur percependo uno stipendio, la sera, non avendo la possibilità di una casa nella quale rientrare, usano i dormitori pubblici. Si tratta di lavoratori o impiegati che hanno perso il posto, che non hanno più soldi per pagare affitto o mutuo, talvolta finiti nella rete dell’usura. Il fenomeno dell’usura infatti si accompagna sempre più alla crisi del cosiddetto ceto medio tanto che lo strozzinaggio non coincide più solo con finanziamenti per attività commerciali e imprenditoriali, o con prestiti di sussistenza, ma si rivolge anche a soggetti insospettabili in difficoltà economiche. Prendiamo in considerazione una coppia. Se sono rispettivamente professore e maestra, il reddito netto mensile su cui possono contare è pari a 2.545 euro; se, invece, sono muratore e cassiera percepiranno 2.482 euro; se sono dirigente e borsista universitaria 2.610 euro; se infine sono bancario e commerciante dispongono di 2.765 euro. Se la coppia ha due bambini, soltanto per affrontare le spese minime necessarie deve poter disporre di un reddito netto annuo compreso tra i 35.233 euro di Torino e i 43.538 euro di Bologna.
4. Secondo l’ultimo bollettino della Banca d’Italia, a fine giugno il rapporto tra debiti e reddito disponibile ha raggiunto quota 49%, due punti percentuali in più rispetto a un anno prima. In pratica prestiti, mutui e finanziamenti vari arrivano a impegnare quasi la metà degli introiti mensili di una famiglia. Solamente sei anni fa, nel 2001, questa percentuale superava di poco il 30%. La fetta più grossa, poco meno del 40% del reddito disponibile, è rappresentata da prestiti bancari a medio e lungo termine, in particolare mutui-casa. Il resto sono prestiti bancari a breve e prestiti non bancari, quelli erogati spesso a carissimo prezzo dalle finanziarie. Non solo cresce il peso del debito, ma per colpa dell’aumento dei tassi il fardello si è fatto anche molto più pesante: gli interessi ora arrivano a bruciare il 7,3% del reddito disponibile con un aumento di mezzo punto rispetto a dicembre 2006. I consumatori tornano all’attacco delle banche rilanciando l’allarme mutui e prevedendo per i prossimi mesi condizioni di vita sempre più difficili per molte famiglie.
5. Recenti studi informano che per vivere nella periferia di una grande città, in Italia, si deve mettere in conto un affitto di 800 euro al mese per 80 metri quadri. Se la famiglia in questione ha un reddito annuo di 30 mila euro, ciò vuol dire che la spesa per l’abitazione in periferia si porta via il 30-40% delle entrate. Il problematico scenario emerge da un’indagine condotta dai sindacati degli inquilini Sunia, Sicet e Uniat-Uil, ma secondo uno studio di Nomisma, il quadro delle emergenze va allargato. Al caro-affitti, infatti, bisogna aggiungere il caro-mutuo e dalla somma risulta che in Italia vi sono 3,6 milioni di famiglie in difficoltà per via della casa. Quasi due milioni fanno i salti mortali per saldare il prestito con le banche, 1,7 lotta tutti i mesi per l’affitto. Il canone dei classici 80 metri quadri è destinato a schizzare verso l’alto. Per una zona media di Roma se ne spendono 1.750. Il top dei rincari spetta a Milano dove l’appartamento in una zona “buona” costa quasi 2.000 euro al mese. Generalmente affittare casa al Sud costa un po’ meno che al Nord: ma anche nelle città meridionali è difficile trovare casa se non si mette in conto un canone non inferiore a 500 euro. Si va dai 650 di Napoli, ai 595 di Palermo. Tali dati, incrociati con quelli sugli sfratti: nel 70% dei casi, infatti, la causa che li genera è la morosità dell’inquilino. Non solo: dal 2005 al 2006 gli “allontantamenti forzati” sono aumentati dell’8,5% raggiungendo il tetto di 48.751. A Firenze, ne è colpita una famiglia su 50; a Roma e Genova una su 60. E a completare il quadro c’è l’evasione fiscale registrata sugli affitti: si sfiorano i cinque miliardi di euro. In pratica la metà dei contratti di locazione (più di due milioni) sono irregolari e tali cifre sono in continua crescita con il lievitare dei canoni senza controllo.
6. Oltre ai bambini nati da famiglie immigrate, ci sono i bambini stranieri adottati: dal 2000 al 30 giugno 2007 sono entrati in Abruzzo 300 bambini stranieri adottati, di cui sei dall’Africa, 117 dall’America, undici dall’Asia, 166 dall’Europa. L’età media dei minori stranieri adottati negli ultimi sette anni in Abruzzo è stata di 6,32 anni. Questi bambini hanno trovato accoglienza in 217 famiglie abruzzesi. Oltre 177 famiglie abruzzesi nel 2006 sono tuttavia in attesa di adottare un bambino straniero.
7. Con il 13% di stranieri sul totale dei lavoratori agricoli è nelle campagne dove la presenza di immigrati evidenzia una incidenza tra le più elevate dei diversi settori economici. È quanto afferma la Coldiretti, che ha collaborato alla redazione del XVI Rapporto Caritas/Migrantes sull’immigrazione, nel sottolineare che sono saliti a 129.004 i rapporti di lavoro in agricoltura identificati negli archivi INPS e riconducibili a soggetti non italiani. Anche la Coldiretti denuncia che permangono, purtroppo, inquietanti fenomeni malavitosi e di sfruttamento della manodopera, “che gettano un’ombra pesante su un settore che ha invece scelto con decisione la strada della regolarità”. I lavoratori stranieri presenti nelle campagne italiane appartengono a 155 diverse nazionalità anche se a trasferirsi in Italia per lavorare in agricoltura - sostiene la Coldiretti - sono principalmente nell’ordine i polacchi (16%), i rumeni (15%), gli albanesi (11%) e gli indiani (7%).

 #   Title   Author   Date 
   9 novembre a Teramo     CUB    gio 08 nov, 2007 09:10 


 

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